Intervista a Giovanni “Joe” Tamponi
Intervista a Giovanni “Joe” Tamponi

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Giovanni “Joe” Tamponi, illustratore freelance sardo dal tratto inconfondibile, capace di mescolare skateboarding, surf, punk rock e psichedelia in ogni sua opera. Abbiamo scelto di collaborare con lui per realizzare i disegni dei nostri flyer ufficiali per i Campionati Italiani e Regionali 2025: un connubio perfetto tra creatività e spirito sportivo.
Nonostante il suo nome possa trarre in inganno – no, non è un giocatore di baseball italo-americano! – Joe è un artista visivo che ha saputo farsi strada nel mondo dell’illustrazione collaborando con marchi di abbigliamento, birrifici artigianali, brand di skateboard e persino musicisti.
Cresciuto tra skatepark e onde, il suo immaginario è stato plasmato dalle grafiche iconiche di Zero Skateboards, Fallen Footwear, Mystery Skateboards e Santa Cruz, oltre che dall’arte psichedelica degli anni ’60-’70, con maestri come Wes Wilson e Stanley Mouse. Il suo talento lo ha portato a esporre in eventi internazionali, da New York ad Amsterdam, e a vendere le sue opere digitali come NFT a collezionisti di alto profilo come Cozomo de Medici e XCOPY.
Dai lavori per band leggendarie come i Phish, al contributo per il Drew Barrymore Show, fino ai progetti con birrifici e torrefazioni artigianali, Joe ha saputo costruire un percorso artistico eclettico e originale. Oggi ci racconta la sua storia, il suo processo creativo e le influenze che hanno reso il suo stile così unico.
Joe, benvenuto!
Il tuo nome potrebbe far pensare a un giocatore di baseball italo-americano, ma in realtà vieni dalla Sardegna. Come ha influenzato la tua terra d’origine il tuo percorso artistico?
Bella domanda! Difficile parlare di influenze partendo dalla Sardegna, anche se quando ho ripreso a disegnare 14 anni fa, il panorama underground sardo era molto più movimentato di ora. Parlando di influenze artistiche mi è sempre piaciuto molto il lavoro di Fr3nk Liori, dagli artwork per copertine e merch di Anchors Aweigh fino alla produzione per Doomsday Society. Inchiostri fenomenali! I limiti della Sardegna per me son sempre stati uno spunto e una carica enorme per cercare di uscire e far conoscere il mio lavoro oltreoceano.
Sei cresciuto tra skateboarding, surf e punk rock. Qual è stata la scintilla che ti ha fatto capire di voler diventare un illustratore?
Lo skateboard è stato la colonna portante di tutto, letteralmente. Ho scoperto le prime band grazie alle videopart, le prime grafiche con le tavole e le t-shirt dei brand. Da ragazzino impazzivo per Zero e Fallen, World Industries, Santa Cruz. Era un mondo nuovo ed era tutto bellissimo, c’eravamo dentro di brutto! Mentre il surf da ragazzino è stato un’amore finito male, iniziai con una tavola difficilissima per fare i primi passi ( una Town & Country 6.2 nel beach break dietro casa, chi sa sa) e mi scoraggiai in fretta.
Quando iniziai ad appassionarmi di musica live poco dopo i vent’anni, capii che volevo fare l’illustratore dopo aver iniziato a disegnare qualche copertina o t-shirt per le band locali.
Venivo pagato per ascoltare band che mi piacevano e lavorare con loro, era un sogno! Decisi di fare il grande passo e provare a farlo full-time nel 2017, dopo un viaggio in California che mi scosse un pò di certezze. Ripresi a surfare e mollai il lavoro da insegnante, volevo più controllo del mio tempo cercando di vivere facendo quello che amo.

Il tuo stile fonde il mondo dello skateboard con l’arte psichedelica degli anni ‘60 e ‘70. Come riesci a bilanciare questi due universi visivi?
Bilanciare questi due elementi è una sfida che richiede sempre un sacco di impegno e ricerca. Spesso si tratta di trovare un compromesso tra il creare qualcosa di dinamico e aggressivo, inserendolo in un contesto sognante, surreale e con dei colori che ti facciano sbattere le palpebre più spesso del dovuto!
Son sempre stato affascinato da estetica e musica della beat generation fin da ragazzino, inutile dire che tipo i Beatles li ho conosciuti tramite non so quale videopart. Chiaramente tutto cozzava duro con i Nofx, l’approccio destroy che avevamo nello skateboard e tutto il resto, sta cosa mi confondeva! Dopo una lunga fase di lavoro esclusivamente in bianco e nero ( e disconi crust punk) comunque ho iniziato ad avvicinarmi al colore, e il primo punto d’incontro che ho trovato tra le due culture è stata la produzione di Jim Phillips prima di tutta la skateboard art per Santa Cruz. Jim era un surfista hippie influenzato dal fumetto americano e dalla cultura del tempo, che poi si avvicinò allo skateboard. Perfetto!
Ci puoi raccontare il tuo processo creativo? Parti sempre da un’idea ben definita o lasci che il disegno si sviluppi in modo più istintivo?
Spesso gli artwork più “compatti” dove c’è un unico soggetto che sta compiendo un’azione partono da un’idea ben definita, mentre sulle composizioni più complesse lavoro in maniera più istintiva. Parto da un soggetto, gli costruisco l’ambiente attorno e pian piano si sviluppano tutti gli altri dettagli!

Qual è stata la collaborazione più stimolante che hai realizzato fino ad oggi e perché?
Una delle mie preferite è stata quella per Burger Skateboards, nel 2020. L’idea di disegnare tavole era fantastica, non potevo desiderare di meglio. Partimmo dal logo, che era un’hamburger multistrato con scritto Burger Skateboards nel pane, sopra e sotto, fino a sviluppare gli artwork dell tavole, che si basavano fondamentalmente sul fatto di disegnare composizioni di cibo che in realtà fa schifo. La mia preferita è quella ambientata in un Diner, dove un hamburger gigante serve da mangiare a una schiera di blatte, vermi e insetti vari.
Hai lavorato con brand di abbigliamento, birrifici, musicisti e persino il Drew Barrymore Show. C’è un settore in cui ti piacerebbe ancora sperimentare?
Mi piacerebbe disegnare per qualche skateboard brand di quelli belli grossi, tipo disegnare tutte le tavole della squadra pro del brand. Fantastico. Anche disegnare delle ruote non mi dispiacerebbe!

Nel 2021 hai iniziato a vendere le tue opere digitali come NFT. Cosa ti ha spinto ad entrare in questo mondo e come vedi il futuro dell’arte digitale?
Ci sono entrato quando un vecchio cliente mi chiese di disegnare una collezione, ma non avevo minimamente idea di cosa stesse parlando. Rifiutai perché l’idea era fumosa e non capivo bene. Poi grazie alle dritte di un paio di illustratori che conosco, ( Thanks Brian, forever grateful) sono entrato nel giro prima per curiosare un pò, poi per farne parte.
L’idea che finalmente qualcuno stesse dando valore alla tanto discussa digital art era incredibile, troppo invitante. C’era un gran fermento e ho avuto modo di conoscere un sacco di artisti e confrontarmi con delle realtà assurde. Da allora faccio parte di un gruppetto di creativi creato da Mumbot, abbiamo fatto diverse collaborazioni insieme. Per me che lavoro a distanza, trovare un punto di contatto comune con tanti altri artisti simili a me è stata la cosa migliore di tutte.
Tornando al fenomeno nello specifico, purtroppo ha perso un pò di tiro per colpa di troppi improvvisati e un sacco di gente che ne ha approfittato per fare i suoi comodi e sparire nel nulla, ma rimango sempre dell’idea che certificare le proprie opere su blockchain sia il futuro, e che un movimento artistico che si distacchi dal mondo dell’arte tradizionale sia più che necessario.
Hai esposto in città come New York, Amsterdam e Hollywood. C’è stata una mostra che ti ha segnato particolarmente?
Per quanto fossero tutte partecipazioni a collettive, NY è stata sicuramente la più interessante. Era un’immersiva negli di studi di Lume, ho preparato 3 composizioni che con dei proiettori bestiali sarebbero state sparate su tutte le pareti e il pavimento. Ho disegnato i soggetti un pò più minimali/doodle e li ho animati leggermente con dei cambi di colore rapidissimi sulle linee. Rischio di attacchi epilettici altissimo, ma è andata liscia. Negli stessi giorni ho visitato le mostre dei dintorni per via dell’NFT NYC e avevi l’impressione di essere parte di un’avanguardia super avanti, super stimolante. Anche Diet Warhol da Kim Arens a Hollywood merita una menzione speciale però. Ha organizzato un bellissimo tributo ad Andy Warhol ( mio grande mito) con un sacco di artisti fortissimi ( c’erano pure Shepard Fairy e Paul Frank, e io che dicevo vabbè ma che ci faccio qua io) di cui son stato orgoglioso di fare parte.

La tua arte spesso richiama elementi della cultura alternativa e underground. Quanto è importante per te mantenere un’anima indipendente nel tuo lavoro?
Nei panorami dell’arte indipendente mondiale è stata prodotta una valanga di roba di una qualità pazzesca, mi servirebbero una manciata di vite per riuscire ad assimilarla tutta o anche solo a vederla.
Per me è fondamentale mantenere un’identità forte, che parli dei propri valori/idee. Oggi va di moda mercificare l’immagine di se stessi per affermare la propria identità artistica e fama, per essere facilmente più riconoscibili. E’ la versione 3.0 di quello che cercavano di fare gli artisti pop negli anni 80, e penso che non piacerebbe più manco a loro.
Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è qualcosa di nuovo che possiamo aspettarci dal mondo di Joe Tamponi?
L’estate scorsa ho scritto un soggetto e buttato giù lo storyboard di una graphic novel, speravo di farla uscire prima ma sto mettendo mano agli sketch perché li ho disegnati di getto al mare e in van, e avevano decisamente bisogno di lavoro. Parla di una colonia di topi che viene sfrattata dagli esseri umani per via della gentrificazione nella zona, e costretta a vivere nelle fogne. Il personaggio principale è un topo blu che surfa e ha un passato da skateboarder.
Conto/spero di finirla entro l’anno, la autopubblicherò sia in italiano che in inglese!
Joe, grazie di cuore per aver condiviso con noi questo tempo! I tuoi disegni per i flyer hanno dato un’energia unica al nostro progetto, rendendolo ancora più speciale. È stato un vero piacere collaborare con te e non vediamo l’ora di scoprire cosa ci riserverai in futuro!
